Test di italiano e Sicurezza: l’obbligo giusto nel sistema sbagliato. Lo scaricabarile del Nuovo Accordo Stato-Regioni

Il Nuovo Accordo Stato-Regioni 2025 è finalmente realtà, e pochi giorni mancano dall’entrata in vigore, trascorso un anno dalla pubblicazione; con esso arriva una stretta sulla formazione dei lavoratori stranieri. Al centro del dibattito c’è un punto che, sulla carta, non fa una piega: non può esserci sicurezza senza comprensione. È un principio sacrosanto. Se un lavoratore non capisce le istruzioni, il corso di formazione diventa un rito burocratico privo di sostanza, un “pezzo di carta” che non salva vite, ma si limita a coprire responsabilità legali.

Tuttavia, tra il nobile intento e la realtà operativa si è spalancato un baratro fatto di burocrazia cieca e, ammettiamolo, di un colossale “scaricabarile” istituzionale.

La Sicurezza non parla solo italiano, ma deve capirlo

Riconosciamolo subito: la norma che impone la verifica della competenza linguistica prima del corso di sicurezza è giusta. È un atto di onestà intellettuale. Un lavoratore che non distingue un “pericolo imminente” da una “procedura ordinaria” perché ostacolato dalla lingua è un lavoratore a rischio. Il test preliminare, dunque, mira a garantire che l’investimento in formazione abbia una ricaduta reale sulla riduzione di infortuni e morti bianche.

Ma qui finiscono gli applausi e iniziano le note dolenti. Perché questo obbligo, così stringente e sanzionato, ricade interamente e unicamente sull’ultimo anello della catena: l’ente di formazione e il datore di lavoro.

Il paradosso del “Giorno 1”: Assunti ma inutilizzabili

Immaginiamo la scena, sempre più frequente: un’azienda seleziona un lavoratore straniero, il Consulente del Lavoro redige il contratto, l’Unilav viene inviato regolarmente, INPS e INAIL accendono le rispettive posizioni assicurative. Tutto procede senza intoppi. Il sistema “vede” un nuovo occupato e lo accoglie a braccia aperte.

Poi arriva il primo lunedì mattina. Il lavoratore viene inviato al centro di formazione per il corso obbligatorio prima di entrare in reparto o in cantiere. Il formatore somministra il test di lingua (spesso tarato su livelli complessi come il B2 per poter spiegare concetti tecnici). Il lavoratore fallisce il test.

In quel preciso istante, il sistema va in corto circuito. Il datore di lavoro si ritrova con un dipendente regolarmente assunto, che paga ma che non può legalmente adibire alla mansione, perché senza formazione sulla sicurezza (impossibile da fare se non capisce la lingua) quel lavoratore non può toccare un macchinario o salire su un ponteggio.

La cecità delle istituzioni “a monte”

Perché il Consulente del Lavoro non è tenuto a segnalare che quel lavoratore potrebbe non avere i requisiti per essere formato? Perché INPS e INAIL incassano i contributi di un’assunzione che, nei fatti, è congelata da un deficit linguistico?

L’attuale normativa ha creato un imbuto: le istituzioni che gestiscono l’ingresso nel mercato del lavoro ignorano il fattore lingua, delegando la “patata bollente” all’ente formatore, che si ritrova a dover fare da guardiano del faro in una tempesta di cui non ha colpa.

Le tre strade (tutte in salita) per l’impresa

Di fronte a un lavoratore che non supera il test linguistico, il datore di lavoro ha davanti a sé tre scenari, uno peggiore dell’altro:

  1. Il Licenziamento: Una sconfitta per tutti. L’azienda perde tempo e risorse investite nella selezione, il lavoratore perde il sostentamento.
  2. L’investimento extra: Il datore di lavoro paga di tasca propria un corso di italiano al dipendente, tenendolo fermo (ma pagato) per settimane. Una scelta ammirevole, ma insostenibile per la piccola e media impresa italiana.
  3. La “farsa” del test: Il rischio più concreto. Di fronte all’urgenza della produzione, si cercherà di far passare quel test “alla meno peggio”, istruendo il lavoratore a crocettare le risposte giuste senza che ne capisca il senso.

Quest’ultima opzione è la più pericolosa: uccide lo spirito della norma, vanifica la sicurezza e trasforma il Nuovo Accordo Stato-Regioni nell’ennesima grida manzoniana che gonfia i faldoni ma non protegge gli uomini.

Conclusioni: serve un sistema integrato

Non possiamo continuare a trattare la sicurezza sul lavoro come un compartimento stagno che si attiva solo quando il lavoratore è già sotto contratto. Se la conoscenza della lingua è un dispositivo di protezione individuale (e lo è, al pari di un casco o di un’imbracatura), allora la sua verifica deve avvenire prima, o quantomeno deve essere parte integrante dei flussi di assunzione gestiti dai centri per l’impiego e dai consulenti.

Finché la lingua sarà solo un problema dell’ente di formazione, avremo corsi perfetti sulla carta e cantieri muti e insicuri nella realtà. La sicurezza è una responsabilità condivisa; smettiamo di usarla come lo strumento per l’ultimo scaricabarile.

 

Matteo Prestini 

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